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Attribuzione esterna: quando anche gli insegnanti spostano il focus

Non studia perché non ha voglia.
È distratto.
Non si applica.

Quante volte, davanti alle difficoltà di uno studente, pronunciamo queste frasi?
Eppure, in quel momento, stiamo facendo proprio ciò che spesso rimproveriamo agli studenti: stiamo attribuendo la causa all’esterno.

Cos’è l’attribuzione esterna

Secondo la Teoria dell’attribuzione di Bernard Weiner (1985), ognuno di noi tende a spiegare i propri successi o insuccessi cercando la causa in base a tre dimensioni fondamentali: il locus, cioè il luogo della causa, che può essere interno (dipende da me) o esterno (dipende da fattori esterni); la stabilità, ovvero se la causa è stabile nel tempo o può cambiare; e la controllabilità, che riguarda la possibilità o meno di agire su quella causa.

Quando uno studente dice “il compito era troppo difficile” o “la prof ce l’ha con me”, sta compiendo un’attribuzione esterna e non controllabile. È una forma di difesa psicologica che riduce il senso di colpa e protegge l’autostima, ma allo stesso tempo diminuisce la percezione di controllo: se non dipende da me, allora non posso cambiare nulla.

E gli adulti? Anche noi lo facciamo.

L’attribuzione esterna non è solo una dinamica degli studenti.
Anche noi adulti, insegnanti, tutor, educatori possiamo cadere nello stesso schema.
Solo che, nel nostro caso, suona così:

La classe è difficile.
I genitori non collaborano.
Con questi ragazzi è impossibile lavorare.

Sono pensieri comprensibili e spesso realistici. Ma se diventano abituali, rischiano di ridurre il nostro potere d’azione.
Ogni volta che spostiamo la responsabilità fuori da noi, smettiamo di interrogarci su come possiamo cambiare qualcosa.

Ricerche recenti (ad esempio Frenzel et al., Frontiers in Psychology, 2018) mostrano che le attribuzioni causali degli insegnanti influenzano le loro emozioni professionali: più l’insuccesso viene attribuito a cause esterne e incontrollabili, più aumentano frustrazione e senso di impotenza.
Al contrario, una percezione interna e controllabile favorisce atteggiamenti proattivi e una relazione educativa più efficace.

La chiave: l’attribuzione consapevole

Essere consapevoli di questi meccanismi non significa colpevolizzarsi, ma riconoscere dove possiamo agire.
Ogni relazione educativa è un equilibrio tra fattori interni ed esterni, personali e contestuali.
Riconoscerli permette di riportare il focus sull’unica leva che possiamo davvero muovere: noi stessi.

Nel Metodo InStudio lavoriamo proprio su questo doppio livello:
aiutiamo lo studente a riconoscere le proprie strategie, comprendere i margini di miglioramento e recuperare un senso di controllo;
e accompagniamo l’adulto (insegnante o tutor) a mantenere uno sguardo riflessivo, capace di leggere i segnali e modulare il proprio intervento in modo intenzionale e consapevole.

Quando entrambi — studente e insegnante — imparano a spostare lo sguardo da “chi è il colpevole” a “cosa posso fare io”, il cambiamento diventa possibile.

Un passo oltre la teoria

Molte ricerche analizzano l’attribuzione esterna dal punto di vista degli studenti, sottolineando quanto influisca sulla motivazione e sull’autostima.
Nel Metodo InStudio, invece, andiamo oltre questa prospettiva: crediamo che la consapevolezza debba riguardare anche gli adulti che accompagnano il percorso di apprendimento.

Essere educatori autoriflessivi significa riconoscere che il nostro modo di interpretare ciò che accade, le nostre stesse attribuzioni, condiziona la relazione e l’efficacia dell’intervento.
Solo quando anche l’adulto si mette in gioco, l’apprendimento può davvero diventare un processo condiviso, trasformativo e inclusivo.

Attribuire all’esterno non è un errore: è qualcosa che facciamo tutti, spesso senza rendercene conto. È un meccanismo umano, spontaneo, che serve a proteggerci quando qualcosa non va come vorremmo.
Ma nel contesto educativo, imparare a riconoscere questa tendenza diventa il primo passo per trasformarla in consapevolezza.

La crescita, infatti, non nasce dal giudizio o dalla ricerca di un colpevole, ma dalla capacità di fermarsi e chiedersi: Cosa posso fare io, qui e ora, per far funzionare meglio le cose?
È da questa domanda che inizia ogni vero cambiamento, tanto per gli studenti quanto per noi adulti educatori.

Aiutare uno studente a ritrovare fiducia in sé significa anche aiutare noi stessi a vedere dove possiamo agire, modulare, cambiare. È un cammino condiviso, fatto di osservazione, riflessione e crescita reciproca.

Di questo si occupano i professionisti di InStudio e se vuoi ricevere maggiori informazioni chiamaci

al numero 339 4876813 o scrivici un messaggio cliccando qui

Scritto da Daniela Ferrari – Founder, Tutor dell’Apprendimento – DSA-BES e ADHD Specialist.

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