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Il paradosso educativo: noi apprenderemmo nel modo in cui insegniamo?


Non si può insegnare ciò che non si vive

Non si può insegnare ciò di cui non si fa esperienza.

afferma Daniela Lucangeli, richiamando gli adulti alla coerenza educativa: non possiamo chiedere agli studenti ciò che noi stessi non siamo capaci di vivere.

È una frase che dovrebbe risuonare dentro ogni educatore, insegnante o tutor, perché nel mondo della scuola, e dell’apprendimento in generale, accade spesso il contrario. Chiediamo agli studenti competenze che noi stessi non possediamo o che fatichiamo a vivere nella nostra quotidianità professionale. Questa incoerenza non nasce da cattiva volontà, ma dall’abitudine a credere che insegnare significhi trasmettere, più che incarnare. Eppure, se vogliamo davvero accompagnare gli studenti nella crescita, dobbiamo riconoscere e comprendere i nostri processi.

La contraddizione quotidiana dell’adulto educatore

  • Ci aspettiamo che gli studenti siano organizzati, mentre noi stessi non arriviamo puntuali.
  • Pretendiamo che sappiano tollerare l’errore, mentre noi lo viviamo come una ferita o una minaccia alla nostra professionalità.
  • Chiediamo flessibilità, mentre continuiamo a spiegare sempre nello stesso modo.
  • Reclamiamo autonomia, mentre forniamo consegne rigide che rendono lo studente dipendente dall’adulto.
  • Richiediamo di non usare strumenti compensativi, mentre noi adulti li utilizziamo continuamente nella vita quotidiana.
  • Impediamo l’uso di strumenti digitali, spesso perché noi stessi non li conosciamo o non sappiamo integrarli nella didattica.

E intanto l’apprendimento, come ricorda Lucangeli, può funzionare solo se la relazione educativa è autentica, credibile e vissuta in prima persona dall’adulto.

Il grande non detto: pretendiamo che gli studenti imparino nell’unico modo in cui noi sappiamo spiegare

C’è un altro punto che raramente viene considerato: spesso pretendiamo che gli studenti apprendano nel modo in cui noi spieghiamo. Diamo per scontato che un modello lineare, basato sull’ascolto, la presa di appunti con l’aggiunta di qualche slide, valga per tutti e in ogni contesto. Ma se ci chiedessimo sinceramente se noi, al posto loro, riusciremmo ad apprendere così, la risposta nella maggior parte dei casi sarebbe no. Non perché siamo incapaci, ma perché ogni cervello apprende in modo unico, diverso da quello del collega accanto e diverso da quello di ogni studente che accompagniamo. Pensare che esista un unico modo efficace per tutti è un mito educativo che continua a generare frustrazione.

Il paradosso dei compensi: gli adulti ne dipendono, ma li vietano ai ragazzi

C’è una grande incoerenza che fatichiamo a vedere: noi adulti siamo costantemente compensati. Utilizziamo assistenti vocali come Alexa per ricordare impegni e scadenze, scriviamo con correttori grammaticali sempre attivi, cerchiamo informazioni in pochi secondi sullo smartphone, ci orientiamo con Google Maps senza memorizzare nulla, prendiamo decisioni supportati da calcolatrici, fogli Excel, reminder, note vocali, traduttori e intelligenze artificiali che semplificano testi, processi e informazioni. Viviamo in un mondo progettato per ridurre il carico cognitivo. Eppure chiediamo agli studenti di non usare strumenti compensativi in classe, come se la vita reale non fosse già piena di supporti.

È un paradosso profondo: non accettiamo le compensazioni quando sono necessarie agli studenti, perché le guardiamo come scorciatoie o escamotage e quindi chiediamo loro di calcolare a mente ciò che noi facciamo con la calcolatrice, di scrivere senza errori ciò che noi correggiamo digitalmente, di ricordare a memoria ciò che noi cerchiamo online, di concentrarsi senza supporti quando noi usiamo app per aiutare la nostra attenzione, di organizzarci senza strumenti quando noi viviamo grazie ai calendari digitali. Noi siamo immersi in un contesto in cui i compensi sono la normalità. Il punto non è togliere strumenti, ma insegnare a usarli in modo consapevole e strategico soprattutto quando necessare all’apprendimento degli studenti.

Il Metodo InStudio: il metodo che si adatta allo studente, non viceversa

Il Metodo InStudio nasce proprio da questa consapevolezza: non è lo studente che deve adattarsi al metodo, ma è il metodo che si adatta allo studente. È una rivoluzione silenziosa ma potentissima, perché ribalta la logica del modo giusto di studiare. Ogni studente apprende in un modo unico, e l’adulto ha la responsabilità di scoprirlo attraverso osservazione, ascolto, sperimentazione e adattamento. Ciò richiede coraggio e onestà professionale, perché educare significa spesso disimparare ciò che ci rende rigidi e aprirsi alla possibilità che strategie nuove possano funzionare meglio.

L’adulto come modello: la coerenza educativa come fondamento

Gli studenti imparano molto più da ciò che osservano che da ciò che ascoltano. Se un adulto accoglie l’errore, anche lo studente si sentirà libero di farlo. Se un adulto mostra flessibilità, anche lo studente imparerà ad adattarsi. Se un adulto si ferma, respira, si emoziona e riparte, lo studente comprende che l’apprendimento non è una gara, ma un processo vivo. Quando invece viene predicato un ideale che non è praticato, nasce una distanza educativa in cui la fiducia si incrina e l’apprendimento si indebolisce.

Cosa chiediamo agli studenti, e cosa chiediamo a noi stessi

Prima di chiedere organizzazione, autonomia, resilienza, calma, attenzione, motivazione o flessibilità dovremmo chiederci se possediamo almeno in parte ciò che richiediamo. Se stiamo modellando il comportamento che vorremmo vedere negli studenti. Se stiamo costruendo un ambiente che rispecchia ciò che diciamo. Riconoscere che la risposta è non ancora non è un fallimento, ma l’inizio di un apprendimento nuovo: quello dell’adulto che si apre alla coerenza educativa.

L’educazione come incontro umano

L’educazione non è un atto unilaterale né una semplice trasmissione di tecniche. È un incontro. Richiede presenza, vulnerabilità, ascolto e coerenza. Richiede adulti disposti a imparare quanto gli studenti, ad adattarsi quanto gli studenti, a sbagliare quanto gli studenti. Gli studenti crescono quando cresciamo noi, diventano autonomi quando impariamo a lasciare spazio, imparano davvero quando l’adulto è disposto a farlo per primo. Come ricorda Lucangeli, non possiamo insegnare ciò di cui non facciamo esperienza. Ma possiamo scegliere, ogni giorno, di farne esperienza insieme ai nostri studenti e costruire, passo dopo passo, una scuola e un apprendimento più umano, più inclusivo.

Di questo si occupano i professionisti di InStudio e se vuoi ricevere maggiori informazioni chiamaci

al numero 339 4876813 o scrivici un messaggio cliccando qui

Scritto da Daniela Ferrari – Founder, Tutor dell’Apprendimento – DSA-BES e ADHD Specialist.

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