Anche tu ti senti solo nel lavoro con gli studenti?
Cosa ti manca di più?
Ho fatto una domanda semplice a chi, ogni giorno, lavora con gli studenti:
Nel tuo lavoro con gli studenti, cosa ti manca di più?
Le opzioni erano quattro:
- confronto con altri professionisti;
- supporto nei casi complessi;
- più riconoscimento professionale;
- più opportunità di lavoro.
Volevo capire se la mia impressione fosse condivisa o se fossi solo io a vedere un problema che accompagna spesso chi lavora nel supporto allo studio e nelle difficoltà di apprendimento: la solitudine professionale.
Le risposte non hanno lasciato dubbi. In testa, nettamente, confronto con altri professionisti e supporto nei casi complessi. Il riconoscimento professionale e le opportunità di lavoro, pur presenti, sono rimasti indietro.
Chi si occupa di apprendimento lavora spesso da solo
Chi lavora con gli studenti come tutor dell’apprendimento, insegnanti che si occupano di supporto allo studio, chi fa ripetizioni ma anche gli stessi docenti, lo fa spesso da solo.
Lavora con un ragazzo, un pomeriggio, una situazione da gestire, e deve decidere come muoversi con quello che ha: la sua formazione, la sua esperienza, il suo intuito.
Questo accade continuamente, ma è quando la situazione diventa complessa che la solitudine professionale si sente ancora di più.
Una difficoltà di apprendimento non ancora chiara. Un ragazzo che si blocca senza un motivo apparente. Errori che continuano a ripetersi. Poca motivazione, passività, difficoltà di comprensione, mancanza di cambiamenti. Una famiglia a sua volta in difficoltà o genitori molto controllanti. Una diagnosi che non si riesce a interpretare fino in fondo. Un PDP rispetto al quale ci si chiede se sia davvero adeguato a quel ragazzo. Insegnanti che non prendono sufficientemente in considerazione le caratteristiche specifiche dello studente o della studentessa.
E ancora: non conoscere uno strumento analogico o digitale che potrebbe essere utile, avere dubbi su quale strumento o strategia scegliere e chiedersi se quello che si sta utilizzando stia realmente funzionando. Non sapere quando intervenire e quando, invece, farsi da parte. E soprattutto come farsi da parte per lasciare progressivamente spazio all’autonomia.
Sono decisioni che fanno parte del lavoro quotidiano. E spesso vengono prese da soli.
Negli stessi giorni in cui leggevo le risposte al sondaggio, stavo facendo una serie di colloqui per selezionare alcuni professionisti.
Volevo capire chi, tra le persone che si erano proposte, avesse davvero le caratteristiche giuste per un progetto che è in fase di partenza.
E lì ho ritrovato, quasi parola per parola, ciò che il sondaggio aveva già detto: persone che si sentono sole nel loro lavoro.
E qualcosa in più, che mi ha colpita: persone spesso preparate, con studi, corsi, esperienza in una o più materie, che però, davanti a un caso reale, sentono la mancanza dell’aspetto pratico ed esperienziale specifico per quel caso.
Non sempre è semplice capire come muoversi quando la teoria incontra un ragazzo specifico, con le sue difficoltà specifiche, in un pomeriggio specifico.
Non è necessariamente un problema di preparazione. È anche un problema di contesto professionale.
Perché sapere qualcosa e dover decidere cosa fare con quello che si sa sono due cose diverse.
E quando si lavora da soli manca qualcuno con cui confrontare ciò che si è osservato, discutere un dubbio, mettere alla prova un’ipotesi, ragionare su una scelta. Qualcuno che aiuti a tradurre il sapere in pratica mentre la pratica succede.
Come può un genitore valutare un tutor che si occupa di apprendimento?
C’è un altro punto di vista da considerare, ed è quello di chi un tutor lo sceglie: i genitori.
Quando un genitore cerca un tutor perchè affianchi il proprio figlio o la propria figlia nello studio e nei compiti, cosa può davvero valutare?
Un titolo di studio, la conoscenza di una o più materie, l’esperienza, magari il passaparola tra conoscenti.
Sono informazioni importanti, ma raccontano solo una parte della qualità del lavoro.
Dicono poco, per esempio, di quello che succede davvero nella stanza durante una lezione: se quel professionista sa leggere le difficoltà del ragazzo, se sa accorgersi di un segnale che non torna, se sa modificare una strategia quando non funziona, se è in grado di capire quando intervenire e quando lasciare spazio, se ha come fine ultimo l’autonomia.
E dicono ancora meno di ciò che accade quando quel professionista ha un dubbio: ha qualcuno con cui confrontarsi?
Per un genitore è molto difficile vedere tutto questo. Una parte importante della qualità del lavoro educativo rimane inevitabilmente poco visibile dall’esterno.
Sappiamo che il metro di valutazione non può basarsi esclusivamente sui voti, studenti e studentesse possono andare avanti per anni con buoni voti e sempre supportati nello studio, però anche senza autonomia. Un castello di carte pronto a crollare in ogni momento.
La responsabilità di lavorare con una mente in crescita
C’è poi un aspetto: la responsabilità che abbiamo quando lavoriamo con una mente in crescita.
O almeno, la responsabilità che dovremmo sentire.
Perché ogni volta che scegliamo di intervenire, di spiegare ancora una volta, di proporre uno strumento, di semplificare un compito, di correggere un errore oppure, al contrario, di fermarci e lasciare che sia lo studente a provare, stiamo intervenendo su una mente in crescita.
Se sentiamo davvero questa responsabilità, allora prima o poi alcune domande ce le facciamo.
Domani, quando tornerà a scuola, sarà in qualche modo diverso dopo aver lavorato con me?
I suoi insegnanti si accorgeranno di qualche cambiamento? I genitori vedranno qualcosa di diverso nel modo in cui affronta i compiti?
E soprattutto: lui se ne accorge?
Quel bambino o quella bambina sente che sta crescendo? Si sente un po’ più capace di affrontare una difficoltà? Ha bisogno un po’ meno di me rispetto a prima? Sta imparando a scegliere uno strumento, a riconoscere un errore, a capire quando chiedere aiuto e quando invece può provare da solo?
In altre parole: il mio intervento sta lasciando un segno nella direzione dell’autonomia?
Non sempre la risposta sarà immediatamente visibile. Non sempre il cambiamento sarà grande. A volte sarà un dettaglio che probabilmente nessun altro noterà: una richiesta di aiuto arrivata qualche minuto più tardi, una strategia scelta senza suggerimento, un errore riconosciuto autonomamente, un “aspetta, provo io”.
Ma se lavoriamo con l’apprendimento, credo che dobbiamo continuare a farci questa domanda: che cosa sta cambiando nello studente grazie, o anche a causa, del mio intervento?
Perché sentire la responsabilità del proprio lavoro significa anche sentire il peso delle proprie decisioni.
Ed è proprio quando quel peso lo sentiamo che il confronto con altri professionisti smette di essere semplicemente qualcosa che fa piacere avere e diventa una necessità professionale.
Cosa manca oggi a chi lavora nel supporto allo studio?
Il mercato della formazione per chi lavora con l’apprendimento è già pieno: corsi, webinar, certificazioni.
La formazione è necessaria, ma non risolve da sola il problema: terminato un corso, il professionista torna davanti al proprio studente e torna a decidere.
Provando a mettere a fuoco cosa significhi davvero sentirsi soli in questo lavoro, credo che si possano individuare alcune mancanze molto concrete.
Imparare a osservare lo studente e condividere ciò che si osserva
Ogni professionista accumula, lezione dopo lezione, osservazioni preziose su come un ragazzo apprende, su cosa funziona e cosa no.
Ma anche osservare è una competenza che si costruisce con la formazione e con l’esperienza. Non è scontato sapere cosa guardare.
Un errore ripetuto, un’esitazione, una richiesta continua di conferma, il modo in cui lo studente inizia un compito, uno strumento che utilizza solo se glielo ricordiamo: sono tutti elementi che possono dirci qualcosa, ma bisogna imparare a riconoscerli come informazioni utili.
A volte un segnale importante passa inosservato. Altre volte lo vediamo, ma non sappiamo ancora che peso attribuirgli o come interpretarlo. Altre ancora rischiamo di leggere ciò che accade attraverso le nostre aspettative.
Per questo le osservazioni potrebbero essere preziosissime per cambiare la storia di uno studente o di una studentessa, ma non basta raccoglierle. Serve imparare a selezionarle, interrogarle e metterle in relazione nel tempo.
Ed è qui che il confronto con altri professionisti diventa importante: ciò che io non ho ancora imparato a vedere, un altro potrebbe riconoscerlo. E ciò che io interpreto in un modo, qualcuno con più esperienza o con uno sguardo diverso potrebbe aiutarmi a leggerlo da un’altra prospettiva. Questo anche in versione capovolta, la mia esperienza, il mio sapere a vantaggio del mio collega.
L’osservazione, così, non rimane patrimonio del singolo professionista, ma diventa occasione di confronto e di crescita professionale.
Ragionare sulla scelta di strategie e strumenti compensativi
Si lavora spesso con gli stessi strumenti compensativi e con le stesse strategie imparate una volta, magari durante un corso o all’inizio della propria esperienza professionale.
Ma noi che abbiamo a che fare con i ragazzi e le ragazze gli strumenti li modifichiamo per adattarli di volta in volta e a volte ce li inventiamo.
Ed ecco che condividere fra professionisti tecniche, strumenti, strategie non può che far crescere la professionalità di tutti per il benessere degli studenti e delle studentesse.
E ancora una volta il confronto, non occasionale, ma sistematico e strutturato farà la differenza.
Verificare i risultati dell’intervento
Quando si lavora da soli è facile continuare a fare qualcosa perché sembra funzionare, perché lo si è sempre fatto o semplicemente perché non si ha un altro sguardo con cui confrontare il proprio.
Raramente c’è modo di verificare, anche attraverso uno sguardo esterno, se l’intervento stia davvero producendo gli effetti attesi, se sia necessario cambiare strada o se bastino piccoli accorgimenti che potrebbero fare la differenza.
Monitorare i risultati, raccontarli a chi fa lo stesso mestiere ci rende più consapevoli di ciò che facciamo. Ci dà anche più soddisfazione.
Nasce la rete dei professionisti dell’apprendimento per un lavoro più rigoroso
Il confronto tra professionisti non serve semplicemente a sentirsi meno soli.
Serve a rendere il lavoro più rigoroso.
Confrontarmi con qualcuno mi costringe a spiegare perché ho fatto una determinata scelta. Mi aiuta a distinguere un’impressione da un’osservazione. Mi permette di accorgermi che forse sto continuando a utilizzare una strategia per abitudine e non perché sta realmente funzionando. Mi obbliga a tornare a guardare ciò che è successo e a chiedermi se la decisione presa abbia prodotto l’effetto che mi aspettavo.
Il contrario della solitudine professionale, allora, non è semplicemente stare in gruppo. È poter rendere le proprie osservazioni e le proprie scelte discutibili, condivisibili e verificabili.
È da qui che sono partita.
Non dall’idea di aggiungere un altro corso a quelli che già esistono e nemmeno semplicemente da quella di mettere in contatto dei professionisti.
Ma dalla possibilità, che adesso è realtà, di costruire un contesto nel quale chi lavora con gli studenti possa osservare, documentare, confrontarsi sulle proprie scelte, cercare strumenti e strategie, verificarne gli effetti e continuare a crescere professionalmente mentre lavora.
È dentro questa esigenza che ha preso forma la rete dei professionisti autorizzati a operare secondo il Modello Metodo InStudio®.
Unisciti alla Rete del Modello Metodo InStudio®
Se lavori nel campo dell’apprendimento, senti il peso di questa responsabilità e vuoi trasformare la solitudine in un confronto rigoroso, sistematico e stimolante:
✉️ Scrivimi: daniela@instudiotrissino.it
Scritto da Daniela Ferrari – Tutor dell’Apprendimento – Formatrice – Autrice











Lascia un Commento
Vuoi partecipare alla discussione?Sentitevi liberi di contribuire!