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Tutti uguali, ma solo a prima vista: il problema non è trovarle, è saperle vedere

Quando osserviamo una squadra di ciclisti vestiti tutti allo stesso modo, con la stessa bici e lo stesso casco, a colpo d’occhio ci sembrano uguali. Un gruppo compatto, ordinato, uniforme.
Eppure sappiamo che non è così. Dentro quella stessa divisa convivono atleti diversi, per fisico, resistenza, strategia, modo di affrontare una gara. Non solo.
Quei ciclisti hanno tutti la stessa bici, lo stesso equipaggiamento, gli stessi strumenti. Eppure ognuno li usa in modo diverso, li adatta al proprio corpo, al proprio stile, al proprio modo di stare in gara.

La divisa non li rende uguali.
Semplicemente rende le differenze meno evidenti per chi guarda da fuori.

Una volta, in mezzo a un gruppo di ciclisti vestiti tutti allo stesso modo, non ho riconosciuto mio figlio. Non perché non lo conoscessi (ovviamente), ma perché in quel momento stavo guardando il gruppo, non le persone.
È stata un’esperienza semplice, ma che mi ha costretta a fermarmi e riflettere. Perché mi ha ricordato una cosa fondamentale: le differenze non sono sempre evidenti. Serve uno sguardo capace di riconoscerle.

Inclusione non è uniformare, ma saper osservare

Quando si parla di inclusione a scuola, il pensiero va spesso a strumenti, normative, adattamenti. Tutti elementi importanti, ma non sufficienti.
L’inclusione autentica comincia prima di tutto dallo sguardo dell’insegnante.

In ogni classe sono presenti studenti con storie, funzionamenti e bisogni diversi. Alcuni apprendono rapidamente, altri hanno bisogno di più tempo. C’è chi porta con sé una storia familiare complessa, chi un background migratorio, chi un funzionamento DSA, chi un’alta potenzialità che rischia di restare invisibile.
A prima vista possono sembrare simili: stessi banchi, stessi libri, stessa spiegazione.
Anche l’attenzione, a uno sguardo rapido, sembra la stessa: sguardi fissi verso l’insegnante, posture apparentemente corrette, silenzio. Ma l’insegnante competente sa che la postura esteriore non coincide mai con il funzionamento reale dello studente. Quando l’insegnante osserva davvero, anche la sua postura professionale cambia naturalmente: diventa più attenta, più flessibile, più responsabile nelle scelte educative.

L’inclusione come competenza professionale

Cogliere le differenze non è un gesto spontaneo. È una competenza professionale che si costruisce nel tempo.
Significa allenare la capacità di osservare non solo i risultati, ma i processi; non solo le risposte, ma le tante modalità per arrivarci. Significa interrogarsi su come uno studente apprende, su quali strategie utilizza, su cosa lo ostacola e su cosa lo sostiene.

Come accade in una squadra ciclistica: chi guida il gruppo sa riconoscere chi può tirare, chi ha bisogno di protezione, chi va lanciato al momento giusto. Non tratta tutti allo stesso modo. Proprio per questo, permette a ciascuno di dare il meglio.

Allo stesso modo, a scuola, l’inclusione non nasce dal fare di più, ma dal fare meglio, partendo da uno sguardo più attento e consapevole.

Vedere lo studente, non la categoria

L’inclusione non consiste nel lavorare per etichette o categorie. Non è lo studente con DSA, l’alunno straniero, quello bravo.
È riconoscere la persona nella sua unicità, andando oltre le definizioni e osservando il funzionamento reale di ciascuno.

La vera equità non sta nel dare a tutti la stessa cosa, ma nel mettere ogni studente nelle condizioni di poter apprendere, crescere e diventare autonomo. Questo richiede una continua disponibilità a rimettere in discussione il proprio modo di insegnare.

Quando lo sguardo diventa competenza e Metodo

Essere inclusivi non significa avere risposte preconfezionate per ogni situazione. Significa allenare lo sguardo, giorno dopo giorno.
Perché solo un insegnante che sa davvero osservare può cogliere le differenze, riconoscere le unicità e accompagnare ogni studente nel proprio percorso di apprendimento.

E, come accade anche nella vita, solo quando smettiamo di guardare l’insieme e iniziamo a vedere le persone, l’inclusione diventa una pratica reale e non solo una parola.

Nel Metodo InStudio questo sguardo non è lasciato all’intuizione del singolo: è sostenuto da un protocollo di osservazione e intervento che guida l’adulto a leggere i funzionamenti degli studenti e a scegliere consapevolmente come agire. L’inclusione, così, non si applica: si costruisce.

Il libro sul MetodoInStudio: https://www.ericksonlive.it/prodotto/organizzazione-e-management-scolastico/metodo-instudio/

Di questo si occupano i professionisti di InStudio e se vuoi ricevere maggiori informazioni chiamaci

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Scritto da Daniela Ferrari – Founder InStudio e Tutor dell’Apprendimento – DSA-BES e ADHD Specialist

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